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PEDAGOGIA - L'educazione tra rivoluzione francese e Napoleone

Lo scoppio, nel 1789, della Rivoluzione francese e, negli anni successivi, la condanna a morte di Luigi XVI e l'instaurazione della repubblica costituirono avvenimenti destinati ad avere conseguenze di notevole rilevanza. In questo periodo si svolse un intenso dibattito sull'istruzione; ad alimentare tale dibattito furono gli idéologues, ovvero la generazione di uomini di cultura e scienziati successiva a quella dei philosophes.

Quegli anni si registrò un netto cambiamento del ruolo dell'istruzione in termini di analisi politica. A segnare il distacco dal passato fu il fatto che i governi rivoluzionari sancirono per la prima volta tra i diritti dell'uomo alcune prerogative dell'infanzia, che da quel momento si cominciarono a reputare inalienabili. In tal modo anche in Francia prendeva corpo un'idea di educazione popolare.

Sin dalle prime fasi la Rivoluzione francese introdusse non solo una nuova concezione di cittadino e di Stato, ma anche di uomo, inteso come soggetto portatore di diritti. Fu a partire da questi principi che la Convenzione nazionale proclamò l'istruzione obbligatoria per tutti, anche per le donne.


Nel corso del decennio rivoluzionario la figura del bambino fu idealizzata: il bambino fu eletto a simbolo della purezza, dell'innocenza, della forza, della Rivoluzione stessa, metafora dell'uomo nuovo, non corrotto dal
passato. Tale idealizzazione costituì un elemento centrale della propaganda e dell'ideologia rivoluzionaria.  Sul corpo del bambino si indirizzarono nuove aspettative che coinvolgevano la medicina, l'igiene, l'educazione civica e ginnica, e che sorgevano dal retroterra culturale di matrice sensista. Nei progetti educativi rivoluzionari il lavoro manuale e la fatica fisica erano concepiti come mezzi efficaci per fortificare la volontà, infondendo lo spirito di sacrificio proprio del buon repubblicano. I rivoluzionari si sforzarono di rendere operativi questi principi,imponendo alla gioventù esercizi fisici, ginnici e militari. Analoghi cambiamenti si verificarono anche nel modo di intendere l'assistenza all'infanzia abbandonata e agli orfani.

Nel riprendere la pedagogia di Pestalozzi, La Rochefoucauld rimarcò l'importanza del legame affettivo madre-figlio; privi della madre naturali i bambini , a parere del duca, andavano inseriti in una nuova famiglia che ricreasse un rapporto d'amore. Solo l'educazione familiare poteva garantire un'adeguata formazione morale: era dunque necessario prevenire l'abbandono. 

Il 18 agosto 1792 si arrivò alla promulgazione di una legge sull'adozione che, però, restò largamente disattesa, perché poche furono le famiglie disposte ad adottare un esposto, cioè un bambino abbandonato.

In ogni caso, la legislazione rivoluzionaria attribuì allo Stato il compito di provvedere agli orfani e agli esposti, mettendoli sullo stesso piano dei bambini poveri con famiglia e nazionalizzando l'assistenza pubblica. Questa "fratellanza laica" garantiva a tutti i bambini, con o senza famiglia, l'uguaglianza dei diritti.

L'infanzia, età della debolezza fisica e del non sapere, diveniva nel biennio giacobino modello di virtù morale e di coraggio militare.


Si trattava, però, di un progetto pedagogico utopico e totalitario. Lo scopo era quello di introdurre le masse ai valori repubblicani. Ma la sostituzione dello Stato alla famiglia rischiava di tradursi in realtà in un nuovo assoggettamento del figlio, come si vede dal piano di educazione nazionale più famoso, quello di Michel Lepeletier de Saint-Fargeau, presentato nel luglio del 1793 da Robespierre alla Convenzione. Il piano si ispirava al modello spartano e mirava a far acquisire stabilmente dei comportamenti. Ciò che interessava ai rivoluzionari era accostare la massa educandola ai valori repubblicani.

Il piano prevedeva che l'istruzione dei fanciulli fosse nazionale, uniforme e obbligatoria. Tutti i bambini dai cinque ai dodici anni e tutte le bambine dai cinque agli undici sarebbero stati educati in comune in appositi istituti, a spese della Repubblica. 

Il sistema educativo sarebbe stato improntato alla massima austerità e a un controllo continuo: l'obiettivo era formare “l’uomo nuovo", il vero repubblicano, lavoratore coscienzioso, dedito alla patria, privo di superstizioni e moralmente integro.

L’impero napoleonico si concentrò sull’organizzazione di un sistema scolastico laico e statale. Ci furono molti cambiamenti nella istruzione  secondaria. Mentre furono conservati gli istituti professionali creati negli anni rivoluzionari, la vera novità fu rappresentata dal liceo. Nelle intenzioni di
Napoleone il liceo avrebbe dovuto rappresentare la fucina della classe dirigente dell'impero.

Nel corso liceale erano previste le scienze esatte, la storia contemporanea e la geografia, escluse sino a quel momento; il piano di studi rimase comunque incentrato sulle lingue classiche e sulle materie umanistiche. Un rigoroso controllo era esercitato sulla vita dei liceali: era previsto che essi risiedessero stabilmente nell'internato dell'istituto e che seguissero programmi rigidamente predisposti dalle autorità scolastiche centrali.

Il 17 marzo 1808 venne varata la legge che fondò l'università imperiale, composta da tante Accademie quante erano le corti d'appello (cioè distribuita in modo omogeneo sul territorio). Le Accademie, a foro volta, dovevano vigilare sui gradi inferiori.

Negli anni successivi, Bonaparte cercò di rendere ancora più centralizzato e gerarchico il sistema scolastico imperiale, al fine di renderne più semplice ed efficace il controllo. Per garantire la sopravvivenza delle scuole pubbliche era indispensabile circoscrivere quelle private, limitandone una volta per tutte l'espansione. La legge del 1802 fu applicata anche nella Repubblica italiana e nel Regno d'Italia. Per sovrintendere al funzionamento delle scuole fu istituita la Direzione generale della pubblica istruzione.  L'obiettivo era quello di dotare ogni comune di una scuola, a carico delle finanze municipali.

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